Gente di terra, per gente di mare - Welcome in Venice

Gente di mare

Testo tratto da "Lavoratori marittimi - Profili sociali e nuove domande di servizi"
Rapporto di ricerca
Valentina Longo, Graziano Merotto, Devi Sacchetto,
Valter Zanin (Venezia, giugno 2002)

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A lungo, nell'immaginario dell'occidente, il mare ha occupato lo spazio dell'estraneità e della solitudine e il viaggio per mare ha rappresentato un gravame che si subisce, una minaccia da esorcizzare. Ora, per aspetti altri e nuovi, la realtà di chi va per mare appare ancora connotabile con quei caratteri. Ulisse è spinto lontano dalla sua isola dal vendicativo Poseidone e percorre il Mediterraneo dei nostri miti più profondi nel vano intento di interrompere la maledizione, di sfuggire alla divinità o di conciliarsi con essa più che per aggiungere nuova virtù e conoscenza. Ma la meta di Ulisse sarà sempre il porto, riposo di navi, mentre la sua angoscia sarà l'errare maledetto. Le coordinate della rappresentazione del mare sono completamente rinnovate nell'invenzione letteraria di scrittori marinai come Herman Melville, che riesce a scorgervi la sintesi del principio della vita, nella sovrapposizione di maschile e femminile. Il maschio mare, rappresentato dagli enormi Leviatani che abitano le profondità degli abissi come Moby Dick, contro l'atmosfera femminea descritta, in alto, dai guizzi di piccoli uccelli immacolati. Il polacco Joseph Conrad si imbarcò per la prima volta a diciassette anni, arrivò al grado di comandante della marina mercantile inglese prima di dedicarsi completamente a scrivere. Il suo è il mare dell'avventura romantica. La nave, con la comunità di marinai che vi lavora, è l'ultimo simbolo della vita piena e dell'esperienza integra ben presto travolta dalle forze sconvolgenti della modernità. Una volta abbandonata la nave, una volta messo il piede sulle banchine della moderna città tentacolare, la comunità organica dei navigatori non esiste più, e rimane solo una pericolosa illusione. Non sappiamo se la comunità dei naviganti di Conrad trovasse la felicità in mare, resta il fatto che, in tutti i tempi, il bisogno o la costrizione forzata ha probabilmente imbarcato più marittimi che lo spirito di avventura o la ricerca di una socialità incontaminata.

Oggi il mare è soprattutto spazio commerciale, distanza da coprire velocemente per il trasporto delle merci, spazio suddiviso a raggiera per la razionalizzazione delle percorrenze. Oppure l'ambiente ideale per i sogni esotici dei croceristi. Infine, spazio di fuga e di speranza per migranti e profughi in fuga dalle guerre e dalle violenze. Oggi la vita nel mare è raramente sotto i riflettori. Probabilmente non c'è altro settore così 'globale'; eppure, in un mondo che si dice globalizzato, la vita dei marinai avrebbe il pregio di svolgere una piega immediatamente internazionale. In un settore internazionalizzato come lo shipping, il costo del lavoro è la voce principale su cui concentrare gli effetti della concorrenza del mercato mondiale. Il costo del personale, il suo reclutamento e l'addestramento, i salari diretti e indiretti, i viaggi, il vitto e il resto, rappresentano circa il 40% dei costi operativi di una nave. Gli equipaggi sono ridotti, i tempi intensificati, le operazioni automatizzate. I marittimi sono sottoposti a orari estenuanti, poco tempo libero e poche possibilità di sbarcare. I tempi di sosta in porto delle navi sono ridotti al minimo e così anche il riposo dei marittimi. Ecco crescere la crucialità dei servizi portuali. Pensare a delle politiche orientate al welfare dei marittimi, significa doversi confrontare con le specificità della vita e del lavoro a bordo e a terra, oltre che con usi e costumi differenziati.

In particolare la condizione comune a molti marittimi può essere ricondotta ai seguenti elementi:
  1. lunghi periodi di isolamento durante la navigazione;
  2. scarse relazioni sociali e disorientamento nei luoghi di approdo;
  3. riduzione dei tempi di socialità a bordo a causa dei lunghi orari di lavoro, del sistema dei turni e della riduzione degli equipaggi;
  4. riduzione del tempo libero anche nelle soste nei porti;
  5. alimentazione e alloggi non sempre confortevoli;
  6. scarse strutture ricreative a bordo delle navi e nei porti di approdo;
  7. salari non sempre corrisposti, e talvolta inferiori ai minimi internazionali;
  8. presenza di legislazioni sulle migrazioni che impediscono ai marittimi di alcune nazionalità di sbarcare nei porti europei, anche dopo lunghi mesi di navigazione;
  9. presenza di forme di ricatto (black lists) per prevenire la sindacalizzazione soprattutto sulle navi battenti bandiere di comodo;
  10. presenza di situazioni e pratiche analoghe alla schiavitù su circa il 12% della flotta mondiale nel 2000